Un approccio sostenibile? Quello integrato

Nel 1916, lo scarabeo giapponese, introdotto accidentalmente nel New Jersey, si diffuse
rapidamente negli USA devastando colture e prati: le larve danneggiavano le radici, mentre gli
adulti si nutrivano di foglie e fiori.

Vennero utilizzate trappole a feromoni per catturare e monitorare gli esemplari adulti e si
sperimentarono i primi metodi di lotta integrata, combinando interventi chimici, pratiche
agronomiche e controllo biologico.

Un approccio pionieristico a quello che negli anni ’50-’60 verrà definito IPM, Integrated pest
management.

Lo scarabeo giapponese

Lo scarabeo giapponese, Popillia japonica, è un insetto originario del Giappone, diffuso oggi in Nord America e parti d’Europa come specie invasiva. È un erbivoro polifago che vive principalmente in aree erbose, giardini, campi coltivati e boschi aperti, predato da uccelli, piccoli mammiferi e insetti parassitoidi e si nutre di foglie, fiori e frutti di molte piante ornamentali e colture agricole, causando spesso danni significativi. Gli adulti sono attivi di giorno e vivono in piccoli gruppi, ma non hanno comportamenti sociali complessi, mentre le larve si sviluppano nel terreno nutrendosi di radici.

Lo scarabeo giapponese è arrivato negli Stati Uniti all’inizio del XX secolo, intorno al 1916, probabilmente attraverso il porto del New Jersey su piante importate con terreno o radici contenenti larve. Una volta introdotto, si è diffuso rapidamente grazie al suo comportamento polifago, ovvero nutrendosi di centinaia di specie vegetali, e alle larve che si sviluppano sotterranee, protette dai predatori e dagli inverni freddi.

L’assenza di predatori naturali efficaci nelle zone invase e il ciclo riproduttivo rapido, con più generazioni all’anno, hanno ulteriormente favorito la sua espansione. Il clima temperato e la grande disponibilità di piante ospiti hanno reso gli ecosistemi del Nord America particolarmente adatti alla specie. Queste caratteristiche biologiche e ambientali hanno permesso allo scarabeo giapponese di diventare una specie altamente invasiva. La combinazione di adattabilità, protezione delle larve e opportunità di diffusione ha reso il controllo della specie molto difficile.

Le specie alloctone, quali rischi?

Oggi molte specie alloctone stanno colonizzando zone sempre più lontane dai loro habitat di origine, un fenomeno favorito dalla globalizzazione, dal commercio internazionale e dai cambiamenti climatici, che rendono ambienti un tempo inadatti più ospitali. Queste specie, introdotte volontariamente o accidentalmente, spesso trovano pochi o nessun predatore, parassita o antagonista naturale, il che consente loro di proliferare rapidamente e diventare invasive. In Europa, esempi significativi includono la formica di fuoco rossa, il piccione collare nelle aree urbane e la nutria nelle zone umide. La gestione di specie alloctone risulta particolarmente difficile proprio perché l’assenza di antagonisti naturali rende inefficaci molti metodi di controllo tradizionali, obbligando a interventi chimici, biologici o meccanici più costosi e complessi. Questo fenomeno evidenzia come l’interazione tra attività umane e cambiamenti ambientali possa amplificare i rischi ecologici legati alle specie invasive.

Che cos’è l’IPM, l’Integrated Pest Management

La lotta integrata ai parassiti, l’Integrated Pest Management, IPM, è un approccio che combina diversi metodi di controllo per ridurre i danni degli organismi nocivi, minimizzando l’uso di sostanze chimiche e l’impatto sull’ambiente. La lotta biologica sfrutta nemici naturali dei parassiti, come predatori, parassitoidi, patogeni o competitori, per mantenerne sotto controllo le popolazioni in modo sostenibile. La lotta chimica interviene con insetticidi, fungicidi o erbicidi, ma viene utilizzata solo quando i livelli di infestazione superano soglie economiche o di rischio, preferendo prodotti selettivi e dosaggi mirati. I controlli meccanici o fisici includono pratiche come trappole, barriere, rimozione manuale, irrigazione o lavorazioni del terreno che ostacolano lo sviluppo dei parassiti. L’IPM si implementa attraverso il monitoraggio continuo, l’identificazione precisa delle specie, valutazione dei danni e interventi combinati, privilegiando metodi preventivi e sostenibili prima di ricorrere a misure più invasive, in modo da mantenere l’equilibrio ecologico e ridurre i rischi per l’uomo e l’ambiente.

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